Giornata mondiale degli amanti dei cani

a cura di Giacomo Scortichini

Dog lover's day

Il nostro Codice Penale statuisce che Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda da 1.000 a 10.000 euro. Alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.
Associazioni specializzate stimano che
ogni anno, in Italia, siano abbandonati circa 50.000 cani, destinati, in larga parte a morire di incidenti, stenti, o maltrattamenti.
La grande irresponsabilità e mancanza di sensibilità traspare nel periodo feriale in cui queste straordinarie creatura diventano un peso all’umano egoismo.
La legge ha inteso reprimere e punire atteggiamenti che sottendono ad una mancanza di rispetto per esseri viventi che tanto ci danno, sia in termini di affetto che di compagnia e che spesso non sono ripagati da chi ritiene che non siano altro che un regalo da sostituire o da buttare.
La partenza per le vacanze non rappresenta la sola punta massima di abbandoni ( circa il 30%), vi è anche l’apertura della “pessima” stagione venatoria, nella quale il cane, che fosse ritenuto non idoneo alla caccia, spesso subisce questo orrendo rimprovero.

La Cassazione n. 18892/2011 ci dice che: “non solo la condotta di distacco volontario dall'animale, ma anche qualsiasi trascuratezza, disinteresse o mancanza di attenzione verso quest'ultimo, dovendosi includere nella nozione di abbandono anche comportamenti colposi improntati ad indifferenza od inerzia nell'immediata ricerca nell'animale.
La Cassazione ha dunque escluso che il reato in esame possa essere commesso solo in forma dolosa. Per un Paese più civile, per un Paese migliore.

Esiste inoltre una ulteriore tutele, infatti l’articolo 544 bis del Codice Penale statuisce cheChiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni”.

E’ del tutto evidente che la norma in oggetto non è in grado di rispondere ai tanti quesiti che abbracciano il nostro quotidiano e la nostra civile convivenza.
La sperimentazione scientifica, il vestiario, l’alimentazione, gli allevamenti, gli zoo, la caccia, la pesca, non sono tutelati in forma adeguata; per questo l’articolo trova la sua ratio nella “
crudeltà” e soprattutto nella “mancanza di necessità” di uccidere.

Spiace dover sottolineare che il legislatore pone tutele che in qualche modo risultano conformi ad una concezione di società, ad un immaginario collettivo, che in questo caso determinerebbe la “ superiorità morale dell’uomo, rispetto a qualsiasi altro essere vivente”, perché l’articolo continua a negare una soggettività ai nostri amici animali.

Siamo certi che la nostra qualità di vita si giovi della uccisioni di esseri viventi, per l’abbigliamento, per gli intrattenimenti di caccia e pesca? Oppure la nostra qualità della vita risulterebbe migliorata da una visione “morale dell’esistere”?

Noi agiamo perché quello che vediamo è ciò che il mercato ci riserva; è il piacevole prodotto finito che elude il “delitto contro il sentimento per gli animali” per fatti o omissione che sia.
Noi manutentiamo la nostra coscienza perché le tante barbare condotte sono sottratte alla nostra assopita anima; mentre dovremmo aver ben presente che se sacrifichiamo quelle splendide creature per il nostro insaziabile desiderio di superfluo, anche se non penalmente rilevante, siamo noi i mandanti di quelle uccisioni.

Chiunque assista a una di queste deprecabili condotte può, o per meglio dire dovrebbe, darne notizia, mezzo denuncia dei colpevoli, alle forze dell’ordine.

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